Un po’ di storia

L’indaco fa la sua prima apparizione in Europa all’inizio del XVI secolo ad opera di Duarte Barbosa, cognato di Ferdinando Magellano. L’importazione di questo pigmento fa vacillare immediatamente il mercato del pastello che in quel periodo rappresentava la maggiore ricchezza soprattutto per il Sacro Romano Impero. Tutta Europa, la corte di Roma, Enrico IV di Francia, il Duca di Sassonia e l’imperatore Ferdinando III, cercano di scongiurarne la rapida diffusione con multe e vari emendamenti, addirittura gli conferiscono l’appellativo di Colore del Diavolo. Ma tutto è inutile, l’ascesa dell’Indaco è inarrestabile.

Il filo azzurro ha continuato ad evolversi per tutti i secoli successivi, entrando nei guardaroba di tutte le occasioni, viaggiando dal Giappone all’America Centrale passando per il sud della Cina e dall´India al Mali.

Indaco Shibori

Il Giappone dell’indaco ne fa una vera e propria venerazione ancorata alla tradizione; è il colore per eccellenza adottato dal Kimono stesso.

Un universo blu da scoprire

Per estrarlo utilizzano la coltivazione del Polygonum tinctorium Aiton importato dalla Cina tra il X e la metà del XV secolo, in Europa verrà introdotto intorno alla metà del XVIII e in Italia sarà sperimentato per la prima volta in Sicilia nel 1842.

Varie scuole di tintura si sviluppano e si specializzano, divenendo una vera e propria arte capace di perdurare fino ai nostri giorni. Nella città di Tokushima dell’isola di Shikoku, lungo le sponde del fiume in centro città è possibile trovare ancora numerose le case dei tintori.

Catherine Legrand nel suo approfondito studio del blu indaco, ci presenta le varie tecniche differenti di tintura e alcuni maestri giapponesi tutt’ora operanti nell’isola del sol levante.

  • Il maestro della tintura Sukumo, Osamu Nii; prefettura di Tokushima – Shikoku.
  • Il Kasuri di Kurume, l’Ikat giapponese; prefettura di Fukuoka nel Kyushu.
  • La formula corretta con fermentazione al sakè del maestro Tetsuhiro Moriyama; prefettura di Fukuoka – Kyushu.
  • Un altro artista contemporaneo, il maestro Hiroyuki Shindo specializzato nell’arte Shibori, produce il suo personale blu Indaco con l’utilizzo dei fiori Ai-Bana; prefettura di Miyama a nord di Kyoto.
  • Allievo del maestro Osamu Nii, Toshiharu Furushu e la sua tintura Aizome, chiamata così perché evoca con raffinatezza l’acqua, il mare, il blu del cielo e tutto il Giappone.

L’indaco colore simbolo della spiritualità e di aiuto nella meditazione

Nello spettro luminoso rappresenta il colore, nei toni del blu scuro, fra l’azzurro e il viola. In cromoterapia queste tonalità sono ritenute estremamente curative.
Viene considerato il colore del silenzio e della conoscenza; è il rappresentante della tranquillità, della tenerezza e della purificazione.

Al colore indaco è associato il chakra frontale, posizionato al di sopra delle sopracciglia e influisce sulla ghiandola pineale, il cervello, gli occhi, le orecchie e il naso.
È chiamato terzo occhio per la sua facoltà di aumentare la capacità di estensione della vista e la capacità di vedere in varie dimensioni.
Il terzo occhio, il sesto chakra Ajina, si dice in grado di avere una visione ultraterrena. Ed è proprio questo che favorisce il colore indaco, la capacità di ampliare le conoscenze verso esperienze mistiche e spirituali. Riduce gli elementi negativi della coscienza influendo fortemente sulla mente e sul sistema nervoso dell’uomo, permettendo la possibilità di costruire una coscienza approfondita, ampliata e positiva.